Gioielli rubati
A
Larino sono in fase di completamento i lavori per
dare alla città un Museo Diocesano che ospiti
degnamente il cospicuo patrimonio di arte sacra.
Pertanto, nell’augurarci che questo museo sia
fruibile in tempi brevi, corre l’obbligo segnalare
in particolare due opere di scultura lignea
medievale che a tutt’oggi per diverse e non del
tutto chiare motivazioni sono state trasferite
altrove. Si tratta della scultura di S. Pardo (sec.
XIV) e di quella di S. Maria delle Rose o anche
detta del Saccione (dal nome della località in cui
sorgeva la Cappella ad essa intitolata) delle quali
si auspica il ritorno in sede.
La statua del Santo già segnalata dalla
Mortari [1]
nel 1982, è conservata nel Museo Nazionale d’Abruzzo
( Castello cinquecentesco) a L’Aquila.
Questa interessante opera di arte sacra appartiene
alla Cattedrale di Larino, la figura intagliata
rappresenta senza alcun dubbio il Santo vescovo
Patrono della città, ovvero San Pardo. Sebbene versa
in un cattivo stato di conservazione dovuto
all’incuria, ma anche al tempo vita dell’opera
stessa (il legno è visibilmente eroso dal lavorìo
del tarlo), il simulacro mostra ancora buona parte
degli attributi vescovili: la mitra è perduta.
Tuttavia, l’opera d’arte gode di una singolarissima
unità per cui non può considerarsi composta di
parti…… dovrà continuare a sussistere
“potenzialmente” come un “tutto” in ciascuno dei
suoi frammenti e questa “potenzialità” sarà
esigibile in una proporzione direttamente connessa
alla traccia formale superstite, in ogni frammento,
alla disgregazione della materia.[2]
Diversamente da altre sculture questa ci è pervenuta
libera da ridipinture e rifacimenti motivate da
esigenze di culto o per meri cambiamenti di gusto.
Quasi sempre manomessi ci sono pervenuti simulacri
di culto come Crocefissi, Santi e Madonne, talora
impreziositi da corone, monili o abbelliti da
vestiti e altri attributi mobili. Questi ultimi,
spesso di carattere votivo, sono meno invasivi delle
stuccature e delle ridipinture, mentre le cosiddette
rinfrescature erano di prassi. Un esempio di tali
interventi è ben documentato a Bologna: la
Controriforma pone le basi per una discutibile
prassi nella conservazione delle opere, per cui
dando grande rilievo al culto per le immagini sacre
non trascurava un atteggiamento zelante nella tenuta
in ordine delle stesse.[3]
Queste rinfrescature non venivano di certo fatte
nell’attuale orientamento di un restauro che oggi,
dopo il riconoscimento dell’opera d’arte in quanto
tale, si manifesta come momento metodologico del
riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua
consistenza fisica e nella sua duplice polarità
estetica e storica, in vista della sua trasmissione
al futuro.[4]
Il
recupero della scultura del Santo vescovo dai
depositi del Museo e la pubblicazione si devono al
Moretti che la pone quale esempio arcaicizzante,
forse di scuola abruzzese, riferendola alla corrente
napoletana del XIV sec.
Il
Santo è barbato, la figura ieratica è rappresentata
frontalmente, l’intaglio del piviale forma pieghe
ricorrenti sulle spalle ed è sollevato all’altezza
delle braccia mutile delle estremità, il lungo lembo
del sacro paramento ricade al centro della scultura.
La
Tamanti vi ravvisa la stessa interpretazione
provinciale di modelli colti napoletani del S.
Nicola di Bari nel Museo Diocesano di Chieti, opera
che si pone intorno alla metà del XIV sec. Per il
suo lontano riferimento alla figura dei cortigiani
del sepolcro di S. Maria d’Ungheria nella Chiesa di
S. Maria Donnaregina a Napoli.[5]
Della scultura lignea di Santa Maria delle Rose di
cui si auspica vivamente il ritorno in sede ne
parlerò in un prossimo articolo.
Adolfo Stinziani
[1]
Cfr. L.Mortari, Sculture lignee medievali
nel Molise, in Scritti in Ottavio Mor isani,
Catania , 1982, p.104, n.9.
[2]
Cfr. C. Brandi, Teoria del restauro, Roma
1963, p.16.
[3]
Cfr. A. Conti, Storia del restauro e della
conservazione delle opere d’arte, Einaudi,
Torino, 1996, p.70.
[4]
Cfr. C. Brandi, cit., p.6.
[5]
Cfr. Soprintendenza B.A.A.A.S. per
l’Abruzzo, Tutela dei Beni culturali in
Abruzzo, L’Aquila 1983, p.40.