Gioielli rubati
Questo
articolo completa quello datato 21 maggio.
La scultura lignea
di Santa Maria delle Rose o del Saccione (sec.
XII-XIII), era conservata nel Museo Civico dello
storico Palazzo Comunale di Larino, ma dopo il
recente sisma è stata trasferita in altra località
per motivi di sicurezza. Inoltre, sembra, si sia
attivato anche per la stessa un piano programmatico
revisionale su disposizione dello storico dell’arte
preposto dalla Soprintendenza che riguarda gran
parte della produzione lignea molisana.
La
statua proviene dalla Cappella dell’omonimo
distrutto convento benedettino in agro di Montelongo,
come risulta da un Tavolario risalente alla fine del
sec. XVII nel quale si elencano i possessi di quella
comunità religiosa.
Quindi detto convento o con più precisione la
Cappella intitolata a S. Maria delle Rose, con la
relativa scultura lignea, verso la fine del XVII
sec. era ancora officiata. A seguito di una
controversia fatta di lotte violente tra gli
abitanti di Montelongo e quelli della vicina
Montorio, di cui si parla ancora, anzi fa parte del
patrimonio orale delle due località, sorta per
ottenere i fertili terreni del distrutto convento,
quei cento ettari se li aggiudicò Montelongo, mentre
i montoriesi ebbero la venerata statua e rimasero
soddisfatti ugualmente. La conclusione della
controversia portò alla distruzione della Cappella
residuata del convento per sfruttare appieno quei
terreni.
Il simulacro oggetto di venerazione da tempi remoti
è ancora oggi ricordato, infatti la tradizione
popolare ha conservato due Laudate cantate in
occasione di particolari manifestazioni religiose (Carresi),
due fonti orali che evocano con le loro melodie
quell’atmosfera di religiosità, quei luoghi, quei
tempi remoti e invocano ancora quell’immagine.
Del
tutto oscure sono le ragioni per cui fu ritrovata
conficcata faccia a terra nel terreno adibita a
tutt’altro uso: era diventata, per via della
scanalatura che queste sculture hanno di solito sul
recto, un abbeveratoio per le bestie al pascolo! Le
statue lignee del XII e dei primi del XIV sec.,
generalmente Madonne, venivano in parte svuotate sia
nel caso che l’intaglio riguardasse solo il verso,
sia nel caso questo fosse praticato anche lungo i
fianchi. La cavità, praticata propriamente per
motivi tecnici, era lasciata a vista o coperta da
una tavola e in alcuni casi completata da un fondale.
In
seguito la scultura della Santa fu rinvenuta (anche
in questo caso non abbiamo alcuna documentazione) e
conservata in una cassa di legno dietro l’altare
della Cappella dedicata a S. Maria di Monte Carmelo
a Montorio nei Frentani, la località che l’aveva
ottenuta dopo la controversia con Montelongo. Negli
anni ’60 su proposta di un prete di Larino,
originario di Montelongo, ma che aveva svolto la sua
missione anche a Montorio e sapeva della statua, con
la collaborazione di un estimatore d’arte si decise
di trasferirla a Larino nel Museo Civico, in
previsione dell’allestimento di un Museo Diocesano.
Dopo alcuni anni, precisamente nel 1974, fu
restaurata da un professionista romano (Mario
Picchi). Il restauratore non ha reintegrato alcuna
parte mancante del manufatto ligneo, optando per un
restauro di tipo conservativo. Quest’intervento
sebbene ormai datato, ha arrestato il completo
deterioramento dell’opera destinata alla definitiva
rovina anche per l’uso profano che gli uomini ne
avevano fatto. Il restauro ha messo in evidenza il
sistema di colorazione dell’epoca per le sculture
lignee policrome con l’uso della tela di supporto
per il colore.
Inoltre, l’operazione di pulitura ha riportato alla
luce quello che potrebbe essere un eventuale
marchio di fabbrica, apposto sul manto in
prossimità della testa. Trattasi di una croce
circoscritta che potrebbe far pensare alla
probabilità che l’artigiano fosse un frate o
comunque un religioso. Il restauro è stato eseguito
nel pieno rispetto dell’opera d’arte e come si è
detto si è scelto di non reintegrare le parti ormai
distrutte: il naso, la fronte, le mani, gli
avambracci, parte degli occhi, della testa e della
corona intagliata nel blocco ligneo con il resto
della figura. Nonostante l’avanzato stato di
deterioramento che ha annerito il legno più di
quanto lo sarebbe diventato naturalmente, si può
notare un intaglio ben eseguito in un unico blocco
ligneo, secondo le tendenze italiane e precisamente
napoletane, riadattate senz’altro alle tendenze
locali.
La scheda dell’opera
d’arte, depositata nell’Archivio della
Soprintendenza ai B.A.A.A.S. di Campobasso così
descrive la statua: La scultura, scolpita solo
anteriormente, si pone come la raffigurazione della
Madonna-regina. La Vergine è perfettamente frontale.
Dal capo coronato scende un mantello che conserva
tracce di cromia rossa trattenuto all’origine dalla
mano sinistra all’altezza della vita. Sotto il manto
una veste con tracce di color azzurro.
Secondo chi scrive
questa descrizione non è precisa (in merito avanzai
una supposizione nella tesi di scultura lignea
molisana in cui si trattò in particolare questa
statua), certamente elementi iconografici quali la
rigida frontalità, lo sguardo fisso e insistente
reso dai grandi occhi, il mento teso quasi a
sottendere l’ovale del volto, suggeriscono una
cultura arcaica o più direttamente l’abusato e
scontato concetto di “arte popolare”.
Forse l’artefice nella resa essenziale del volto ha
voluto imprimere quei caratteri di ieraticità e
metempericità all’immagine tanto venerata. Tuttavia,
un’attenta osservazione della scultura si deve
soffermare sui due attacchi per le mani, posti ai
lati della stessa, che fanno supporre un
atteggiamento orante, inoltre, il manto sembra
seguire una curvatura che passa sotto il braccio e
non vi sono parti esposte che potrebbero far
supporre il manto trattenuto dalla mano sinistra.
Il
confronto con altre due statue lignee dello stesso
periodo, ma che presentano un migliore stato di
conservazione, avvalora questa ipotesi, esse
provengono l’una da Cercemaggiore e l’altra da
Campobasso e sono più note con l’appellativo di
“Madonne della Libera”.
Quella del capoluogo molisano, secondo la tradizione
popolare, è una di quelle sacre immagini sottratte
agli iconoclasti, quindi nascosta e in seguito
ritrovata come accadde per la Madonna di
Cercemaggiore. Questa fu rinvenuta casualmente da un
contadino nel 1412 in un grosso vaso di terracotta
nel posto dove oggi sorge il Santuario a lei
dedicato. Secondo il Pierro la scultura sarebbe
stata intagliata nel VII sec. e nascosta durante il
periodo iconoclasta. La scultura di Campobasso
invece, secondo alcuni critici, è una copia tarda,
sebbene fedelissima all’originale, dell’antico
modello. La datazione più recente, molto
probabilmente seicentesca, è stata attribuita
durante l’intervento di restauro eseguito da Sergio
Donnini a cura della Soprintendenza.
Per quanto riguarda l’iconografia delle due
sculture, ossia l’atteggiamento orante, il Pierro
riferisce che varie copie furono intagliate in
occasione della liberazione della città di Benevento
dall’assedio voluto nel 663 dall’imperatore
bizantino Costante, da questo episodio l’appellativo
“della Libera”. Lo stesso parla anche
dell’apparizione della Vergine a San Barbato che
fiducioso della sua protezione esortò il duca del
tempo Romualdo a resistere all’assedio, e che dopo
la vittoria su Costante, il culto per la Vergine
Orante ebbe vasta diffusione in tutto il Sannio.
In conclusione si
ribadisce quanto esposto nell’articolo precedente,
l’augurio è che le due opere lignee, ovvero la
scultura di San Pardo e quella di Santa Maria delle
Rose o del Saccione, tornino in sede con l’apertura
del Museo Diocesano di Larino.
Adolfo
Stinziani