Gioielli rubati

 Questo articolo completa quello datato 21 maggio.

 

La scultura lignea di Santa Maria delle Rose o del Saccione (sec. XII-XIII), era conservata nel Museo Civico dello storico Palazzo Comunale di Larino, ma dopo il recente sisma è stata trasferita in altra località per motivi di sicurezza.  Inoltre, sembra, si sia attivato anche per la stessa un piano programmatico revisionale su disposizione dello storico dell’arte preposto dalla Soprintendenza che riguarda gran parte della produzione lignea molisana.

La statua proviene dalla Cappella dell’omonimo distrutto convento benedettino in agro di Montelongo, come risulta da un Tavolario risalente alla fine del sec. XVII nel quale si elencano i possessi di quella comunità religiosa.[1] Quindi  detto convento o con più precisione la Cappella intitolata a S. Maria delle Rose, con la relativa scultura lignea, verso la fine del XVII sec. era ancora officiata. A seguito di una controversia fatta di lotte violente tra gli abitanti di Montelongo e quelli della vicina Montorio, di cui si parla ancora, anzi fa parte del patrimonio orale delle due località, sorta per ottenere i fertili terreni del distrutto convento, quei cento ettari se li aggiudicò Montelongo, mentre i montoriesi ebbero la venerata statua e rimasero soddisfatti ugualmente. La conclusione della controversia portò alla distruzione della Cappella residuata del convento per sfruttare appieno quei terreni.[2]  Il simulacro oggetto di venerazione da tempi remoti è ancora oggi ricordato, infatti la tradizione popolare ha conservato due Laudate cantate in occasione di particolari manifestazioni religiose (Carresi), due fonti orali che evocano con le loro melodie quell’atmosfera di religiosità, quei luoghi, quei tempi remoti e invocano ancora quell’immagine.

Del tutto oscure sono le ragioni per cui fu ritrovata conficcata faccia a terra nel terreno adibita a  tutt’altro uso: era diventata, per via della scanalatura che queste sculture hanno di solito sul recto, un abbeveratoio per le bestie al pascolo! Le statue lignee del XII e dei primi del XIV sec., generalmente Madonne, venivano in parte svuotate sia nel caso che l’intaglio riguardasse solo il verso, sia nel caso questo fosse praticato anche lungo i fianchi. La cavità, praticata propriamente per motivi tecnici, era lasciata a vista o coperta da una tavola e in alcuni casi completata da un fondale.[3]

In seguito la scultura della Santa fu rinvenuta (anche in questo caso non abbiamo alcuna documentazione) e conservata in una cassa di legno dietro l’altare della Cappella dedicata a S. Maria di Monte Carmelo a Montorio nei Frentani, la località che l’aveva ottenuta dopo la controversia con Montelongo. Negli anni ’60 su proposta di un prete di Larino, originario di Montelongo, ma che aveva svolto la sua missione anche a Montorio e sapeva della statua, con la collaborazione di un estimatore d’arte si decise di trasferirla a Larino nel Museo Civico, in previsione dell’allestimento di un Museo Diocesano. Dopo alcuni anni, precisamente nel 1974, fu restaurata da un professionista romano (Mario Picchi). Il restauratore non ha reintegrato alcuna parte mancante del manufatto ligneo, optando  per un restauro di tipo conservativo. Quest’intervento sebbene ormai datato, ha  arrestato il completo deterioramento dell’opera destinata alla definitiva rovina anche per l’uso profano che gli uomini ne avevano fatto. Il restauro ha messo in evidenza il sistema di colorazione dell’epoca per le sculture lignee policrome con l’uso della tela di  supporto per il colore.[4] Inoltre, l’operazione di pulitura ha riportato alla luce quello che potrebbe essere un eventuale marchio di fabbrica, apposto sul manto in prossimità della testa. Trattasi di una croce circoscritta che potrebbe far pensare alla probabilità che l’artigiano fosse un frate o comunque un religioso. Il restauro è stato eseguito nel pieno rispetto dell’opera d’arte e come si è detto si è scelto di non reintegrare le parti ormai distrutte: il naso, la fronte, le mani, gli avambracci, parte degli occhi, della testa e della corona intagliata nel blocco ligneo con il resto della figura. Nonostante l’avanzato stato di deterioramento che ha annerito il legno più di quanto lo sarebbe diventato naturalmente, si può notare un intaglio ben eseguito in un unico blocco ligneo, secondo le tendenze italiane e precisamente napoletane, riadattate senz’altro alle tendenze locali.

La scheda dell’opera d’arte, depositata nell’Archivio della Soprintendenza ai B.A.A.A.S. di Campobasso così descrive la statua: La scultura, scolpita solo anteriormente, si pone come la raffigurazione della Madonna-regina. La Vergine è perfettamente frontale. Dal capo coronato scende un mantello che conserva tracce di cromia rossa trattenuto all’origine dalla mano sinistra all’altezza della vita. Sotto il manto una veste con tracce di color azzurro.

Secondo chi scrive questa descrizione non è precisa (in merito avanzai una supposizione nella tesi di scultura lignea molisana in cui si trattò in particolare  questa statua), certamente elementi iconografici quali la rigida frontalità, lo sguardo fisso e insistente reso dai grandi occhi, il mento teso quasi a sottendere l’ovale del volto, suggeriscono una cultura arcaica o più direttamente l’abusato e scontato concetto di “arte popolare”. Forse l’artefice nella resa essenziale del volto ha voluto imprimere quei caratteri di ieraticità e metempericità all’immagine tanto venerata. Tuttavia, un’attenta osservazione della scultura  si deve soffermare sui due attacchi per le mani, posti ai lati della stessa, che fanno supporre un atteggiamento orante, inoltre, il manto sembra seguire una curvatura che passa sotto il braccio e non vi sono parti esposte che potrebbero far supporre il manto trattenuto dalla mano sinistra.

Il confronto con altre due statue lignee dello stesso periodo, ma che presentano  un migliore stato di conservazione, avvalora questa ipotesi, esse provengono l’una da Cercemaggiore e l’altra da Campobasso e sono più note con l’appellativo di “Madonne della Libera”.[5] Quella del capoluogo molisano, secondo la tradizione popolare, è una di quelle sacre immagini sottratte agli iconoclasti, quindi nascosta e in seguito ritrovata come accadde per la Madonna di Cercemaggiore. Questa fu rinvenuta casualmente da un contadino nel 1412 in un grosso vaso di terracotta nel posto dove oggi sorge il Santuario a lei dedicato. Secondo il Pierro la scultura sarebbe stata intagliata nel VII sec. e nascosta durante il periodo iconoclasta. La scultura di Campobasso invece, secondo alcuni critici, è una copia tarda, sebbene fedelissima all’originale, dell’antico modello. La datazione più recente, molto probabilmente seicentesca, è stata attribuita durante l’intervento di restauro eseguito da Sergio Donnini a cura della Soprintendenza.[6] Per quanto riguarda l’iconografia delle due sculture, ossia l’atteggiamento orante, il Pierro riferisce che varie copie furono intagliate in occasione della liberazione della città di Benevento dall’assedio voluto nel 663 dall’imperatore bizantino Costante, da questo episodio l’appellativo “della Libera”. Lo stesso parla anche dell’apparizione della Vergine a San Barbato che fiducioso della sua protezione esortò il duca del tempo Romualdo a resistere all’assedio, e che dopo la vittoria su Costante, il culto per la Vergine Orante ebbe vasta diffusione in tutto il Sannio.

In conclusione si ribadisce quanto esposto nell’articolo precedente, l’augurio è che le due opere lignee, ovvero la scultura di San Pardo e quella di Santa Maria delle Rose o del Saccione, tornino in sede con l’apertura del Museo Diocesano di Larino.

                          

                                                                                                  Adolfo Stinziani

 

[1] Archivio Parrocchiale di S.Maria Assunta in Montorio nei Frentani: Tavolario dei possessi di S.Maria delle Rose.

[2] Cfr. G.Vincelli, Vestigia benedettine negli agri di Montelongo e Montorio nei Frentani, in Samnium, a.XXV, gennaio- giugno, Napoli, 1962, pp.5-6.

[3] Cfr. S.Baroni, Procedimenti di  intaglio e assemblaggio, in Scultura lignea dipinta, Vol.2, S.P.E.S., Firenze, 1995,p.13

[4] In genere la preparazione di supporto al colore era costituita da vari strati di gesso e colla, unendo all’impasto telette di lino. Nelle sculture lignee italiane più antiche l’uso della tela interessava tutta la superficie del nucleo ligneo; successivamente si limiterà alla copertura delle giunzioni.

  Cfr. S.Baroni, La stesura della policromia in Scultura lignea dipinta, Vol.2, a cura di C.Baracchini, S.P.E.S., Firenze, 1995, p.18.

[5] Cfr. N.Tarantino, La Madonna della Libera in Campobasso, Campobasso, 1915.

          G.Pierro, Storia del Santuario e del Convento di S.Maria della Libera in Cercemaggiore, Valle di Pompei,1924.

[6] Cfr. L.Mortari, Medioevo, De Luca Editore, Roma, 1984, p.29, n.85.